Quando associarsi diventa una battaglia: è normale dover andare in tribunale?

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Una riflessione sul significato dell’associazionismo, sul rispetto delle regole e su un paradosso che dovrebbe far riflettere tutti.

Ci sono domande che, nella loro apparente semplicità, nascondono interrogativi molto più profondi.

Una di queste vorrei rivolgerla a tutti voi, amici radioamatori e lettori di questo blog:

È normale che una persona debba arrivare a rivolgersi a un tribunale per poter vedere riconosciuto il proprio diritto a essere valutata correttamente per l’ammissione a un’associazione?

Fermiamoci un momento a riflettere.

Stiamo parlando di associazioni. Di quelle realtà che, per loro stessa natura, dovrebbero rappresentare luoghi di incontro, aggregazione, amicizia, confronto e condivisione di una passione.

Realtà nelle quali persone diverse, per età, cultura, professione, idee e sensibilità, si ritrovano attorno a un interesse comune.

Eppure, talvolta, proprio in questi ambienti possono nascere contrapposizioni, personalismi e divisioni tali da trasformare ciò che dovrebbe unire in qualcosa che finisce per dividere.

Da quando una passione deve essere difesa davanti a un giudice?

Il radiantismo è nato e cresciuto grazie allo spirito di collaborazione.

Un radioamatore comunica con un altro radioamatore senza preoccuparsi della sua appartenenza associativa, delle sue idee personali o della sua posizione sociale.

La radio non conosce simpatie e antipatie. Le onde elettromagnetiche non distinguono tra amici e avversari.

Perché, allora, a volte gli uomini riescono a costruire barriere proprio dove la tecnologia ha permesso di abbatterle?

È possibile che una divergenza di opinioni diventi più importante della passione condivisa?

È possibile che il dissenso, quando espresso legittimamente, venga vissuto come una colpa anziché come una normale manifestazione della libertà di pensiero?

E soprattutto: è accettabile che l’accesso a una realtà associativa possa trasformarsi in una controversia giudiziaria?

Le associazioni non sono proprietà private di chi le amministra.

Ogni associazione ha uno Statuto, delle regole e degli organi chiamati ad applicarle.

Naturalmente, l’autonomia associativa deve essere rispettata. Nessuno può pretendere di essere ammesso automaticamente in qualsiasi sodalizio, indipendentemente dai requisiti previsti. Ecco il perchè ci sono gli Statuti che, nel loro testo, sono previsti i requisiti oggettivi e soggettivi che un cittadino deve avere per essere ammesso.

Negli statuti e nei regolamenti ci sono le regole devono essere applicate con coerenza, trasparenza e imparzialità.

Chi assume un incarico associativo non diventa proprietario dell’associazione.

Amministrare non significa comandare. Rappresentare non significa disporre arbitrariamente del destino associativo degli altri.

Un incarico è una responsabilità, non un privilegio personale.

Le simpatie possono essere umane. Le antipatie altrettanto. Ma nessuna delle due dovrebbe sostituirsi alle regole. Ecco uno dei tanti motivi per i quali esiste la legge negli Stati di diritto.

E quando esistono procedure statutarie, esse devono essere rispettate da tutti, a cominciare da chi è chiamato a farle rispettare.

Il tribunale: ultima risorsa o inevitabile necessità?

Personalmente trovo profondamente triste anche soltanto immaginare che, per una passione, si possa arrivare davanti a un giudice.

Il tribunale dovrebbe occuparsi di controversie che non è stato possibile risolvere diversamente, non diventare il luogo nel quale discutere di appartenenza, amicizia e condivisione di un hobby.

Eppure, se il dialogo fallisce, se le procedure non vengono rispettate o se una persona ritiene lesi i propri diritti, rivolgersi alla giustizia può diventare una scelta legittima.

Non necessariamente per spirito di rivalsa.

Non necessariamente per ostilità.

Ma semplicemente per chiedere che le regole siano applicate correttamente.

Difendere un diritto non significa dichiarare guerra a un’associazione. Significa chiedere che anche un’associazione rispetti le regole che si è data.

Rivolgersi a un giudice non dovrebbe mai essere interpretato come un’offesa, una provocazione o, peggio ancora, una dichiarazione di guerra nei confronti di qualcuno. Significa, molto più semplicemente, esercitare un diritto fondamentale riconosciuto e garantito dalla nostra Costituzione.

Quando il dialogo non produce risultati, quando le ragioni di una persona rimangono inascoltate o quando si ritiene che una decisione sia stata adottata in violazione delle regole, rivolgersi all’autorità giudiziaria rappresenta uno strumento civile, legittimo e democratico per ottenere una valutazione imparziale.

Non si va davanti a un giudice per dichiarare guerra a qualcuno, ma per chiedere che sia il diritto, e non la forza delle posizioni o dei rapporti personali, a stabilire chi abbia ragione.

La vera maturità, anche all’interno di un’associazione, consiste nel comprendere che il rispetto delle regole e il diritto di contestarne l’applicazione non sono manifestazioni di inimicizia, ma espressioni di civiltà.

Chi si rivolge alla giustizia non necessariamente cerca uno scontro. Cerca una risposta. E chi è convinto della correttezza del proprio operato non dovrebbe considerare un controllo imparziale come una minaccia.

Perché, in definitiva, la giustizia non è un’arma contro qualcuno, ma una garanzia per tutti.

La radio dovrebbe unire, non dividere.

Abbiamo costruito ponti radio, collegamenti intercontinentali, reti digitali capaci di mettere in comunicazione persone separate da migliaia di chilometri.

Siamo capaci di superare montagne, oceani e confini nazionali con pochi watt di potenza.

Eppure, qualche volta, sembriamo incapaci di superare pochi metri di distanza tra due persone che non la pensano allo stesso modo.

Non è un paradosso straordinario?

Possiamo discutere di antenne, apparati, propagazione, modi digitali e autocostruzione per ore.

Ma forse dovremmo dedicare qualche minuto anche a parlare di rispetto, tolleranza, correttezza e libertà di opinione.

Perché essere radioamatori non dovrebbe significare soltanto saper comunicare attraverso una radio, ma anche saper dialogare quando quella radio è spenta.

Una domanda a tutti voi

Non voglio offrire risposte preconfezionate, né esprimere giudizi su situazioni particolari.

Vorrei soltanto stimolare una riflessione sincera.

È normale che, nel mondo dell’associazionismo, una persona possa trovarsi nella condizione di dover chiedere a un giudice il rispetto delle procedure previste per la propria ammissione?

È normale che realtà nate per aggregare possano diventare teatro di contrapposizioni tanto profonde?

E se ciò accade, non dovremmo forse domandarci se abbiamo smarrito il significato originario dello stare insieme?

Un’associazione dovrebbe essere sufficientemente forte da accogliere il confronto, sufficientemente democratica da rispettare il dissenso e sufficientemente matura da riconoscere i propri eventuali errori.

Perché il prestigio di un sodalizio non si misura soltanto dalla sua storia o dalle sue dimensioni.

Si misura soprattutto da come tratta le persone, specialmente quelle che hanno il coraggio di non essere sempre d’accordo.

E allora lascio a voi un’ultima domanda:

Se per entrare in un’associazione nata per unire le persone si deve arrivare davanti a un tribunale, siamo ancora di fronte allo spirito autentico dell’associazionismo, oppure abbiamo perso qualcosa di molto più importante?

La risposta, questa volta, non deve arrivare attraverso una frequenza radio.

Deve arrivare dalla nostra coscienza.

73 a tutti!

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Pier Paolo Liuzzo